Perché creare insieme trasforma più che osservare

«Serbare, custodire, considerare» sono tutte parole che rimandano alla presenza e alla cura.
Eppure ciò che oggi accade è altro: miliardi di persone vengono costantemente inondate di immagini, la stragrande maggioranza delle quali cerca di rifilarci un messaggio, indurci a un acquisto o, nel migliore dei casi, rubarci l’attenzione.

“Immagini che rubano e rapiscono”.

È strano scriverlo per chi ha letto Vita e morte dell’immagine di Régis Debray, che ci ricorda come l’immagine nasca “mortuaria”: dal latino imago, «ritratto, ombra, spettro, idea». Nasce come maschera del defunto, capace di proiettarlo nell’immortalità, perché quella maschera — al contrario del suo volto — è destinata a durare.

Ho la sensazione che “i tempi” abbiano trasformato anche in questo caso qualcosa di sacro in un nuovo vitello d’oro: “Tutto il popolo tolse i pendenti che ciascuno aveva agli orecchi e li portò ad Aronne. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: «Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!» (Bibbia, Esodo 32).

Non è dunque vero che viviamo in tempi che ci hanno abituati a osservare, serbare, custodire e considerare. Al contrario, tutto viene superato e inghiottito da un enorme crogiuolo: le immagini si susseguono senza sosta, scorrono sotto i nostri occhi senza mai poter essere fermate e svaniscono nel nulla, subito sostituite da infinite altre. Persino i ricordi di famiglia sovraffollano dispositivi e nuvole digitali: infiniti ricordi perduti nell’infinità dei ricordi.

Questo è uno dei primi motivi per cui creare insieme forma e trasforma: creare insieme è stare dentro, è abitare uno spazio in cui l’universo degli altri interagisce con il nostro.

In questo spazio non c’è distanza, ma osmosi.

Creare insieme significa innanzitutto entrare in una relazione diversa con l’altro. Non più l’altro come immagine da guardare, interpretare o giudicare, ma come presenza che modifica. Il gesto dell’altro incide sul mio, ne cambia il ritmo, lo costringe ad adattarsi.

Il mio tempo non è più sovrano: rallenta, accelera, attende.

Si crea così un tempo terzo, condiviso,

In questa condizione cade una protezione sottile ma potentissima: quella dello sguardo.
Osservare mantiene una distanza di sicurezza. Creare espone. Le mani non mentono, l’imperfezione emerge, il controllo si indebolisce. Non si può più restare spettatori della propria esperienza. È qui che qualcosa comincia a trasformarsi, non perché si “impara” qualcosa, ma perché si è presenti senza maschera.

L’osmosi non riguarda solo le persone, riguarda anche lo “spazio vissuto”.

Quando si crea insieme, lo spazio smette di essere un semplice contenitore. Diventa un campo vivo. Il silenzio acquista peso, i suoni entrano nel gesto, la luce incide sul fare, la disposizione dei corpi modifica la relazione. Lo spazio non fa da sfondo: contiene ciò che accade, partecipandone in modo vivo.

Un luogo, abitato con continuità, conserva tracce invisibili: gesti ripetuti, esitazioni, attenzioni, cure. Chi entra in uno spazio così non lo “guarda”, lo sente. Lo spazio “abitato” è il luogo delle emozioni e dei ricordi; emozioni provate sentendo ciò che dallo spazio viene ed emozioni che emergono dalla nostra anima che si rivela nella presenza del qui ed ora: il corpo e lo spirito si orientano, trovano posture nuove, si abituano, si ancorano. È l’opposto del flusso ininterrotto delle immagini digitali, che non chiedono al corpo di esserci, non hanno peso, non lasciano impronta.

C’è poi l’osmosi con l’opera.

Quando si crea insieme, l’opera non è più qualcosa che sta davanti a noi. Non è un oggetto da contemplare, ma un luogo di passaggio. Nasce mentre si sbaglia, mentre si corregge, mentre si tace o si parla. Assorbe tensioni, cure, esitazioni, fiducia. Diventa un corpo poroso che trattiene il tempo e le relazioni che l’hanno attraversata.

E l’opera alla fine resta e porta in sé la traccia di tutto ciò che siamo stati nel realizzarla.
Ma chi l’ha creata non è più lo stesso.

Ed è questa forse la differenza più radicale rispetto all’immagine-consumo: l’immagine scorre e scompare, l’esperienza condivisa resta inscritta nel corpo. Non come ricordo archiviato, ma come trasformazione silenziosa.

Per questo creare insieme forma e trasforma più che osservare.

Perché non ci tiene fuori, ma ci chiede di entrare. Perché non rapisce l’attenzione, ma la radica. Perché restituisce alle immagini, ai gesti e alle relazioni quella dimensione di presenza e di cura che oggi rischia continuamente di andare perduta.